Domenico di Palo

ANGELO LIPPO


Conoscevo, ed ho in più occasioni segnalato la produzione poetica di Domenico di Palo (Foglie, 1959; La bella sorte e altri versi, 1985; Sotto coperta, 1997; Avanti ma… altre rime, 2001), nonché la sua attività di pubblicista, espressa soprattutto sulle pagine del periodico di critica e costume Singolare/Plurale da lui fondato nel 1978, ma nondimeno alcuni suoi libri d’interesse più ampio: sulla Poesia in Terra di Bari (Levante editore, Bari, 1995)) sulla Cultura del Novecento a Trani (Schena editore, Fasano 1996), su Valdemaro Vecchi, il grande tipografo-editore operante in Puglia nella seconda metà dell’Ottocento, e la puntuale monografia dedicata al pittore Ivo Scaringi, scomparso nel 1998. Ora mi giunge dalle Edizioni Palomar il romanzo da tempo annunciato, Renato e i giacobini, nelle cui pagine Domenico di Palo ha condensato cinquant’anni della nostra storia politica, civile e culturale, vissuti, più esattamente sopportati, in una cittadina del nostro Sud.
L’autore ci offre un ritratto nitido delle bellezze della sua Trani e dell’intero territorio pugliese, ma dentro c’è sempre quel pizzico di rancore, di odio, che assale chiunque crede o ha creduto che qualcosa potesse accadere anche qui, così dalla penna dello scrittore di provincia Renato Covelli, vengono giù a frotte giudizi e pesanti accuse. “Chi può negare, infatti, che quaggiù si continua a vivere nella mediocrità e nell’ingordigia. Che quaggiù è tutto merda”, mentre le aspirazioni di voler scrivere un “romanzo”, il suo “romanzo”, lo prende di petto e lo porta a sciorinare il bagaglio delle letture fatte o da fare, forse per dimostrare a se stesso che è capace di portare a compimento l’opera, mentre l’amico Rinaldo lo ascolta stupito e lo incoraggia a parlare, a raccontare. I ricordi prendono la mano e fra una bevuta e l’altra, una tiritera di fatti, fattacci, di memorie, come eravamo, come si viveva in quel posto, e fra un “prosit” e l’altro una cascata di rimandi storici e di notti felliniane. Accadde, racconta Covelli, a Colonna “dove a quel tempo non c’era il frastuono di oggi. E stando sulla riva del mare, sotto il Monastero dei monaci benedettini ancora diroccato, si sentivano d’estate, sull’acqua che era una tavola, i colpi sordi dei pescatori di polpi in giro con le loro lampare”. E’ il punto di partenza, dal quale i tre amici, Rinaldo Luigi e Renato, avvitano una sequela di fatti, di storie allegre o tristi, “circostanze”, “questionari”, impegni e tutto “quel che segue”, fino a portarsi dietro ed intorno una folla anonima, che è poi il fondale più autentico della narrazione. Sul quadrante della storia si avvicendano conoscenze effimere e donne da conquistare, alcune sognate e/o vagheggiate, e dappertutto si respira il clima di una realtà fatta di attese, di speranze, di sogni, di sconfitte, qualche volta di vittorie, ma non c’è tempo per sostare, l’imperativo è “dire”, scrivere quel benedetto “romanzo”. E tra un ricordo e l’altro, s’insinuano “storie di guerra”, “strani incontri”, che finiscono per edificare quella storia unica che è poi l’obiettivo dell’autore. Pagina su pagina. Domenico di Palo elabora una stagione ricca d’umori, di passioni, gli uni e le altre declinati su piani di sottile ironia, di quell’alacre inventiva, che è una delle caratteristiche più vitali della sua scrittura anche poetica. Le figure si stagliano nette, precise, senza sbavature, grazie ad un linguaggio tangibile ed essenziale. La rievocazione è vivace e composita, filtrata da una capacità memoriale che sa discernere le diverse situazioni, ma senza rinunciare al proprio mondo. La storia o le storie, pur nella loro autonomia inscindibile, attraverso aneddoti, episodi frammezzati, compongono una sinfonia di note intelligenti, sapienziali e nel contempo a portata di mano, ma d’una efficacia davvero non comune. Da ogni pagina è come  se si sprigionasse un effluvio di emozioni, di parole, che rasserenano e dispongono alla più gradevole delle letture. E ciò è risultato di non poco valore, in un’epoca in cui, spesso, non si riesce a superare le prime dieci pagine. E Domenico di Palo  può - a giusta ragione - vantarne merito.

                                                                                                                  Angelo Lippo



* In “Arteeluoghi”, mensile di Arte Cultura Spettacolo Turismo e Curiosità, Lecce, anno 2, numero 4, giugno 2006.

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